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    Archivio Settembre 2004
    (30/09/2004 - 11:28)

    Teorema

    di ness1

    Ascoltando musica mi ritrovo, non so se per combinazione o per uno scherzo del mio cervello, a pensare a lei. L’effetto è strano, da studiare. Ascolto attentamente le parole che escono dalla cassa acustica. Ciò che raggiunge il padiglione auricolare, viene velocemente elaborato ed interpretato a mio uso e consumo. Mi spiego: ascolto una sequenza casuale di canzoni e mi appare chiaramente il significato di ciò che l’autore vuole esprimere, poiché tutto, ma veramente tutto, si può applicare minuziosamente alla mia odissea con Circe. Quindi sono qui di nuovo sul web e come un novello Galileo torno per esprimere il mio dubbio. Sì dubbio, o forse ritrattazione su ciò che ho scritto l’ultima volta. Non voglio farlo con un tono che sembri dimesso, bofonchiando tra me e me un banale "Eppur si muove..". Vorrei invece apparire tranquillo e, se non proprio urlare, sussurrare ai quattro venti che lei esiste. Esiste la dimostrazione di questo teorema. Ma è possibile solo per assurdo. Circe è vera, è reale in quanto sento il peso della sua mancanza. Come si può sentire la mancanza dell'aria quando il fiato ti si mozza in gola. O quella della luce quando le tenebre ti offuscano mente e sguardo e vedere sembra mai stato possibile. Per assurdo dimostro la presenza della mia musa con la sua assenza. La sua realtà è quindi dimostrabile. "Ma cosa rappresenta Circe nella tua vita?", ti chiederai? Potrei rispondere che per me è stato l'incontro con la donna. Con ciò che Max Weber potrebbe chiamare il suo “tipo ideale”. O ancora meglio con l'incarnazione del concetto di femmina in tutta la sua globalità, pregi e difetti compresi. Ma non solo questo. Circe per me è stata una porta aperta su una serie di nuove opportunità, su un mondo che prima vedevo in maniera nebulosa e poco chiara. Certamente è stata la protagonista principale di un fondamentale un salto di qualità della mia esistenza e, se vogliamo, di un’agrodolce presa di coscienza di ciò che sono in realtà. Ma tale salto non è stato privo da conseguenze: il suo passaggio ha lasciato un’impronta indelebile dentro il mio cuore. Non, ti preoccupare, non sto ammettendo di amarla, non credo almeno. Non nell’accezione comune del termine. Però ha uno strano effetto su di me. Un effetto che ancora non riesco a decifrare, che provoca malessere ed euforia, sonno e veglia, fame e sazietà. Un’altra prova della sua esistenza. Lassù, tra le stelle, probabilmente c’è quello che viene definito un buco nero. Dico probabilmente perché nessuno è in grado di vederlo. Si può però dimostrarne l’esistenza osservando le modifiche che questo porta allo spazio intorno a sé… ness1

    (29/09/2004 - 11:23)

    Sorrisi. Lacrime. Distonìe

    di ness1

    La percezione del tempo, lo sappiamo, oltre che essere soggettiva è legata al contesto in cui ci si trova. Tutti abbiamo avuto modo di verificare quanto avanzino lentamente quelle lancette quando siamo in fila o in sala d’attesa. E non occorre essere Cenerentola per ammettere quanto presto arriva la mezzanotte quando ci se la spassa. Martedì ho incontrato Circe. Ci siamo dati appuntamento ad una riunione di lavoro. Ambiente sobrio, quasi tetro. Facce tristi e contrite, musi lunghi. Arrivo io, non la vedo subito. Con la mia abbronzatura recente (ferie solo a settembre) e negli occhi la felicità di un bambino alla vigilia di Natale, l’impatto è stato duro. Negli sguardi dei presenti credo di leggere un po’ di “ma guarda un po’ questo” mista ad un pizzico di invidia per il mio stato di malcelata eccitazione. Incomincio a salutare i rispettabili colleghi e intanto la mia attenzione vaga tra le file delle sedie di legno di questa sorta di aula di tribunale anteguerra. Alle pareti i ritratti di personaggi e santi rendono ancora più cupa l’atmosfera. La maggioranza di abiti neri provoca una distonia con la luce ed i colori, visibili dalle ampie finestre, che questa giornata autunnale ci regala. Non la vedo, incomincio a pensare che forse non verrà. Sento che se non succederà qualcosa presto mi trasformerò in una di queste mummie. La riunione non è ancora iniziata. In piedi sto parlando del più e del meno con una collega che non vedo da tempo. La testa va per conto suo… Ma cosa ci faccio qui… Era meglio prendersi una mezza giornata e godersi un po’ di sole… Poi, con la coda dell’occhio vedo una delle tre porte d’ingresso che si apre. Entra la mia musa. Forse maleducatamente, (non ricordo bene cosa le ho balbettato), pianto in asso la persona con la quale chiacchieravo. E come l’ago della bussola che trova il suo nord, mi lascio attirare da lei. E’ sempre bellissima, nei suoi pantaloni lunghi color avorio a vita bassa e camicetta nera poco scollata. Ci sediamo vicini, occupiamo da soli una fila quasi in fondo alla sala. I lavori iniziano. Per un po’ faccio lo sforzo immane di non guardarla, cercando di prestare un minimo di attenzione ai relatori. Poi capisco chela cosa mi risulterà impossibile. Lei mi parla, mi fa domande, mi chiede di uscire per prendere un caffé insieme. Poi sbuffa e quasi ad alta voce ripete ciò che prima pensavo io “Uffa ma cosa ci facciamo qui?”. Tra i bla bla di sottofondo, utilizziamo i folder che ci hanno consegnato all’ingresso per coprirci i volti quando parliamo. Lei mi passa una lista di canzoni che le piacerebbe avere masterizzate su CD. Mi canta i refrain delle più famose con la sua calda voce. Io intanto le scrivo frasi romanticamente oscene sull’agenda elettronica. Frasi stupidamente serie. Adesso ride. Abbagliato dal candore dei suoi denti come un animale sulla strada, rimango a guardarla. Poi, alla stregua di un automa, senza pensarci, con le dita della mano le sfioro il labbro superiore, carnoso e morbido. Gli umidi riflessi del lucidalabbra appena messo mi hanno catturato. Ancora una volta sono la falena che va a morire sulla fiamma. Attirato irreversibilmente. Le prende il mio dito medio, lo avvicina alla bocca e comincia a torturarlo con lingua e denti. Ammicca verso l’uscita. Guardo l’orologio, incredibile: in quella noiosa riunione, il mio tempo, che secondo la teoria iniziale avrebbe dovuto trascorrere lentissimamente, è invece volato per la sola presenza di una persona così significativa. Usciamo dall’edificio ed entriamo in un bar, come una coppia qualsiasi. Espresso per me, cappuccino per lei. Ci sediamo su un divanetto, posto in un angolo del piccolo cafè. Sembrava quasi più sciolta e disinvolta alla riunione. Si capisce, le piace fare le cose di nascosto. Parliamo, ora possiamo farlo anche con un tono di voce normale. Ora possiamo anche ridere e scherzare. Ma non lo facciamo. Adesso vengono fuori soprattutto le dolenti note. L’argomento è il poco tempo che ci resta per stare insieme sul lavoro. Già sta elaborando il lutto e rimango contagiato dal suo vago senso di tristezza. Mi chiede perché non possono trasferirmi e andare dove andrà lei. Me lo chiede con uno sguardo così intenso che potrei seguirla ovunque. Poi, ad un tratto, si rabbuia, distoglie gli occhi dai miei e le lacrime cominciano a rigare il suo volto. Si vergogna, non vuole farsi vedere così. Quasi in trance la stringo a me, prima che cominci a piangere anch’io. Circe è anche questo. E' la mia odissea…ness1

    (23/09/2004 - 11:18)

    C'est la vie...

    di ness1

    Due grandi dispiaceri, quindi (e qui dovrei mettere la parolina "continua" dal post precedente). Mi domando se è tutto questo che mi riserva il futuro (sempre che tali dispiaceri non li abbia già vissuti). Mi chiedo anche se è il caso di essere contenti (due grossi dispiaceri nella vita non sono poi tanti) o di preoccuparsi, non tanto per il sostantivo "dispiaceri" tanto per quell'aggettivo "grossi" così marcato e definito. La mia considerazione è la seguente: accendi il telegiornale e vedi in che mondo ci ritroviamo. Morte, incidenti, omicidi e disgrazie sono all'ordine del giorno. Ne siamo così assuefatti che ne prendiamo atto come se guardassimo della fiction di qualità scadente. Le tragedie che colpiscono altre persone ci sfiorano per un attimo poi passano. Solo quando ci toccano da vicino ci fanno meditare. E avere paura. Ciò che vorrei dire comunque è che se quei due grandi dolori riguardano la perdita di qualche caro, (nel senso di morte) ebbene sì questo mi atterrisce più della mia stessa morte. Se si trattasse invece di un dolore più legato ai sentimenti, un abbandono per esempio, ebbene, questo penso sia una cosa normale che potrebbe (e dovrebbe, a livello esperienziale) capitare nella vita di tutti. Chi non è mai stato abbandonato scagli la prima pietra! Personalmente credo che la sofferenza per amore o comunque interiore sia uno delle spinte principali per le quali siamo diventati bloggers, non è vero?  A pensarci bene, anche la morte è un passaggio della vita e non dovrebbe scandalizzare più di tanto, a patto che avvenga per cause naturali (cosa abbastanza difficile, sembrerebbe). Non so bene dove voglio arrivare con questo post, sto solo seguendo i miei pensieri. La cosa che voglio chiarire anche con me stesso è che la vita comunque non mi spaventa, da lei sono pronto ad accettare (quasi) tutto... ness1

     

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