Sette del mattino, la sveglia fa appena in tempo ad emettere uno dei suoi stupidi bip elettronici che una mano impietosa ed impaziente la fa tacere. Il dottor Jekill è già sveglio da tempo, attendeva solo quel segnale per dare il via alla sua giornata. L’innocuo dottor Jekill. Si alza e percorre a memoria i corridoi della sua casa. La tiepida tranquillità del suo vivere quotidiano gli dà conforto, così come quella sua esistenza da tipo omologato, inserito in un contesto sociale ben determinato e costruito su convenzioni più o meno giuste. Si sente al sicuro il dottor Jekill, ben protetto da quella sottile patina di avvolgente senso di appartenenza e rassicurato dalla percezione dell’appagamento per ciò che la vita gli offre. Potrebbe essere felice e gratificato, ma… Da qualche tempo lo pervade un vago senso di malessere esistenziale, un’asimmetria biologica. Come un se le note che compongono la sinfonia della sua vita dirottassero per un attimo sulla dodecafonia e dessero la sensazione di emettere delle stonature. Una piccola stonatura, un pensiero fuori dal contesto, come un picco troppo alto o troppo basso dell’elettrocardiogramma. Tutto ciò gli crea uno stato di parziale confusione. Vorrebbe sapere cosa gli succede. Vorrebbe capire cos’é che ogni mattina si sveglia insieme a lui. Si alza dal letto caldo e percorre la stanza, fino al bagno e non gli fa nemmeno sentire il gelo dell’inverno che arriva. Vorrebbe sapere perché entra in bagno e vede allo specchio quella faccia con ancora gli occhi gonfi ma quel sorriso beffardo. Il sorriso di una persona che non è lui. Poi se ne va al lavoro. E lì trova la risposta alle sue domande. Perché sul lavoro lui diventa mr. Hyde. Attenzione lettore, ho detto volutamente “DIVENTA” e non “SI TRASFORMA”. Nel breve attimo di lucidità durante il quale non è né più il dott. Jekill ma non è ancora mr. Hyde, trova le sue risposte. Ma realizza anche che l’indomani mattina ricomincerà tutto daccapo, con i suoi dubbi e le sue insicurezze. E tutto darà vita alla quotidiana metamorfosi…
Da quando c'à Circe sono mr. Hyde, ovvero ho una seconda vita. La mia esistenza è totalmente raddoppiata. Non è una vita divisa in due, non si tratta di rubare il tempo al tranquillo menage sentimentale ed affettivo con la mia compagna per dedicarlo ad un’amante o presunta tale. Intendo dire che in questo periodo il mio corpo e la mia mente hanno uno smanioso, sconsiderato bisogno di entrambe le persone perché sono vitali riferimenti. Ho provato a pensare anche che questa potrebbe essere una posizione di comodo inventata ad arte dal mio cervello, per razionalizzare e rendere più “digeribile” a livello di senso di colpa questo mio atteggiamento. Ma poi mi sono anche reso conto di quanto difficilmente potrei arrivare ad amare una donna come Circe. Mi sono reso conto che non ci sono andato a letto e probabilmente mai lo farò. Non sto cercando quindi di coprire né a me stesso né ad altri ciò che probabilmente scandalizzerebbe ben poche persone. E allora? Questa è la domanda che lancio come un messaggio nella bottiglia nel mare del web: è possibile amare una persona ma essere anche visceralmente dipendenti da un’altra? …ness1
La tentazione è davanti a me ed ha assunto le sembianze della mia dolce amica. Mi ritrovo come al solito a fare i conti con la mia coscienza senza l'ausilio di una mente lucida e con i sensi che remano nella direzione opposta a quella del cervello. L'equilibrato, quasi perfetto dualismo che caratterizza il mio temperamento e che spesso condiziona le mie scelte e che ha come aspetto negativo un'insicurezza volte imbarazzante, non viene applicato a questa situazione. La lotta è nettamente impari. In questa condizione, le misere barriere dietro le quali mi accingo a respingere l'assalto, stanno per crollare come le mura di un castello di carte davanti ad un ventilatore. E Circe, in tutta la sua ipnotica bellezza, sta per avere il sopravvento su di me. L'attrazione che sento per lei e la tensione del momento sono palpabili: lo testimoniano il mio tono di voce dolcemente rauco e le piccole gocce di sudore che m'imperlano la fronte. Siamo soli, nel mio ufficio. Alle 17 non c'è già più nessuno. Il weekend allungato si apre con questa straordinaria possibilità. La scusa che abbiamo preso con noi stessi per rimanere qui è lo scatto di alcune foto. Ho sempre desiderato un primo piano dei suoi occhi e delle sue labbra. Istintivamente abbasso le luci. Il rosso dell'arredamento in ciliegio contribuisce non poco al surriscaldamento dell'atmosfera e dei nostri corpi. All'inizio qualche scatto di prova. E' poco spontanea, non è ancora a suo agio, come me del resto. Ma comunque è splendida. Sta seduta sulla poltrona in pelle e si mette per scherzo in posa. Vado con qualche primo piano. Inarca la schiena e si stira come una gatta. Mi chiede di essere io stesso a scegliere le inquadrature. Mi avvicino. Attraverso l'obiettivo della digitale vedo il mio mondo parzialmente filtrato. Vedo lei che si muove e che cambia posa. Mi sembra così tutto irreale: mi sembra di rimanere spettatore di una scena al rallentatore. Quasi non ci credo di essere qui con lei. L'istante rimane sospeso in aria, onirico e intenso. Per un attimo, ma solo per un attimo, la sento come la mia donna. Il languido chiarore della stanza mi incoraggia. Le vado vicino, quasi sopra per raccogliere quegli scatti che, da scusa iniziale, sono ora per me vitali: se non fosse per loro avrei già perso la testa. Completamente. Ma avvicinarsi a lei vuol dire anche cadere nella trappola della passione. Mi sfiora, non so quanto volutamente, il sesso con il ginocchio e scopre con divertita sorpresa il mio stato di eccitazione. Sul suo sorriso compare, per un istante, una strana luce che mi confonde. Sono li, vicino a lei, potrei gettare la macchina fotografica e letteralmente saltarle addosso. Ma continuo ad aggrapparmi ad essa, ultimo baluardo prima della perdizione. Socchiude le labbra per farsele fotografare, mi attira a sè per i primissimi piani. Sono un automa. Il corpo va avanti ma la mente è già a letto con lei. Poi, dopo un crescendo di scatti per un climax solo digitale, osserviamo insieme, sul pc il risultato dell'operazione. Buone foto, nulla più, ma per me preziosissime. Foto dal valore polivalente, testimoni di una storia d'amore irreale ma anche di una strenua, quasi eroica difesa. Quando se ne sta per andare mi sussurra nell'orecchio: "Sai, quando ho capito che eri eccitato, ho pensato che mi sarebbe piaciuto, forse...". Questa frase, sibillina ma non troppo, ha continuato a rimbalzarmi tra i neuroni per tutto il weekend e ne sento ancora l'eco. Ora osservo le foto, mentre per un ironico scherzo del destino, dal mio portatile Joe Jackson canta "Be my number two"...ness1





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