Mi ritrovo finalmente solo nel mio personale, oscuro paradiso. Come dotati di vita propria, momenti di silenzio e note musicali si alternano, avvolgendo ogni cosa. Una materna, purpurea bivalve che avanza inesorabile. Avanza inghiottendo lacrime ormai lontane, ma anche fagocitando ogni mia certezza. Le luci della mia ragione vengono oscurate dal ruvido manto del dubbio. Che cosa mi succede? Ciò che ieri sembrava ovvio oggi non lo è più. L’armonia di questo periodo della mia vita, che saliva, saliva, in un crescendo rossiniano, è incappata una serie di stonature, proprio ora. Ad un attimo dalla catarsi, tutto è tornato desolatamente terreno. L’angelo, per un attimo, è davvero caduto. Abituato a volare ben più in alto delle cose terrene e dei fatti contingenti, ad essere superiore e a vivere nel suo mondo ideale, aveva per un attimo dimenticato quanto può essere ferale anche il solo pensare alla cruda realtà. Novello Icaro, volando troppo vicino al sole sono precipitato, cadendo nello sporco. Piangendo, ho messo anche solo per un attimo in disparte Platone e le sue idee di mondo perfetto, di vita perfetta, di esseri perfetti. Un altro lampo, un’altra illuminazione scalda la mia esistenza. Non è forse un’idea di perfezione che mi ha spinto fino a questo? La mia navicella ora avanza insicura, come se fiutasse una trappola. Come se percepisse l’esistenza nei paraggi di una Scilla e Cariddi trascendente, una forza ostile in grado di inghiottirla e annegare il suo unico, misero membro d’equipaggio. Le mie ultime scaglie di ragione non mi permettono di mettere ulteriormente in gioco la mia vita e le rimanenti tracce di ciò che resta del mio orgoglio mi vietano di procedere e abbandonarmi alla corrente. Guardando il cielo, l’unico che sa cosa farei per questa incarnazione dell’idea di perfezione, mi abbandono al piacere morboso dei bei ricordi. Metto solo per un istante in disparte le amare e costruttive lezioni di vita che lo scambio di relazioni uomo-donna riesce sempre ad impartire. E come un sommelier con del prezioso Sassicaia nel suo tastevìn, mi concentro per assaporare prima con la mente l’idea che mi crea il suo sentore, escludendo ogni altro elemento. … ness1
Cerco nell'oscurità di contorti meandri. Passo dopo passo, a tastoni. Se cado mi rialzo e proseguo. Mi aiuto anche col fiuto, annusando. Cerco, affamato. E come un cane randagio, cerco anche tra i rifiuti. Non importa se devo sporcarmi le mani, o se devo perdere tutto il mio candore, frenare la mia ingenua perseveranza. Se un angelo cadesse sulla terra, non si rialzerebbe per riprendere il volo? Tutto ha un prezzo. La ricerca di un equilibrio interiore ne ha senz'altro uno. I miei sensi sono aperti e ricettivi. Dilatati come la pupilla di un rapace notturno. Nell'oscurità non riesco a guardarmi intorno, ma giuro che SENTO. Sento le vibrazioni di chi mi è vicino. E non parlo di coloro che lo sono in questo momento, fisicamente. Ma di tutti i significati e i significanti della mia vita. Gli apportatori di senso. I latori di un messaggio più o meno semplice da codificare. Le sento queste vibrazioni, specialmente al buio e con gli occhi chiusi. Amici e non amici. I visi amati di chi mi vuole bene insieme a quelli legati ad esperienze meno positive. I volti semisconosciuti che anche una sola volta e per un solo attimo, mi hanno regalato un'emozione o fatto scatenare una reazione. Una scintilla di salutare, corroborante, adrenalinico assaggio di vita. Cerco brancolando, eppure procedo con disinvoltura. Fra tutti i volti passati in rassegna sotto il riflettore dei miei sensi c'è anche il suo, quello di Circe. Un volto bellissimo e terribile come quello di una dea. Capace di dare amore e morte, Eros e Thanatos, sorrisi e lacrime. Con un lato sempre seninascosto dall'ombra dell'incertezza. E' il suo il volto più significativo della parte più recente della mia vita. A quei due occhi azzurri sono legati gli attimi più ricchi di senso vissuti da un anno a questa parte. Mi soffermo un attimo su quegli occhi grandi ed ammalianti, indugio con lo sguardo della mente sui suoi capelli e poi giù sul suo corpo, sulla curva sinuosa dei suoi fianchi muliebri. Termino il mio viaggio intorno a lei sulle sue magnifiche labbra, perfette nella loro composizione. Fascinose di mistero e ammalianti nella loro torbida, sfrontata bellezza. Labbra vellutate, che amo sfiorare, saggiarne la consistenza carnosa. Lembi di carne scarlatta, padroni del dono divino di decidere il destino di un uomo: redenzione o condanna, paradiso o inferno. Prima di riaprire gli occhi scorgo nel cono d'ombra della mia strega una sagoma. Una piccola forma appena accennata, come l’ombra di un cucciolo. E sorrido. La vita a volte è così strana… Così ricca di sorprese e degna di essere vissuta. Nessuno sa cosa gli può riservare il proprio cammino, anche dietro al prossimo angolo. Finalmente mi è chiara una consapevolezza: la mia esistenza non è solo un susseguirsi di segmenti temporali, che formano una linea retta con direzione univoca dal punto N(ascita) al punto M(orte). Ma una complessa rete di rapporti e relazioni con gli altri. Relazioni e rapporti caratterizzati dalla biunivocità e dalla bivalenza, regolati da una specie di legge di gravitazione universale che stabilisce le dinamiche tra soggetti di “massa sentimentale” differente. La rete: non più metafora di trappola, ma di vita. Siamo piccoli ragni, che con invisibili fili fatti di sensi e passioni tessono frenetici il materiale del quale è composta la loro stessa esistenza. Circe, al di là di tutto, fa ormai parte anche della mia rete. Fa parte della mia vita… ness1
Senza di lei per un giorno. Un giorno perduto, sottratto ingiustamente dal preordinato numero di quelli che ci spettano nel corso delle nostre esistenze. Ventiquattro ore senza appoggiare i miei occhi sulla linea del suo profilo. Ristorarli nella fonte chiara e azzurra dei suoi. Alimentarli nelle generose curve dei suoi fianchi e del suo seno. Millequattrocento e quaranta minuti senza udire la sua voce profonda e sensuale, contraddistinta da curiose, improvvise escursioni nelle tonalità superiori, come quando ride e gioca e scherza con me. Ottantaseimila e quattrocento secondi senza respirare il profumo dei suoi capelli o annusare famelico l’invisibile sciarpa di muschio bianco che avvolge il suo collo. Fino agli ultimi, più nascosti, intimi aromi del suo corpo. E sembra ancora più lontano nel tempo, almeno a livello di percezione, tornare all'ultima volta che e mie dita hanno sfiorato la sua pelle liscia. Vellutata e lieve come farina. Un contatto che ogni volta lascia un ricordo sempre più vivido, come un'impronta nel cemento. Ogni mia singola cellula possiede nella sua memoria primordiale questo imprinting, diventato patrimonio della mia stessa natura di uomo. Ma il ricordo della sua pelle, pur indelebile, è una tossina. Che corrode e consuma, crea dipendenza. E così rimango qui, inebetito dalla mancanza. Stordito dal senso di perdita. Affamato mai sazio. Rimango qui davanti a questo schermo vuoto, gli occhi semichiusi. Cercando di trovare nella mente un paradiso artificiale, mai esistito e che mai esisterà. Laddove possa ricongiungermi a lei, all'altra parte di me... ness1





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