La percezione del tempo, lo sappiamo, oltre che essere soggettiva è legata al contesto in cui ci si trova. Tutti abbiamo avuto modo di verificare quanto avanzino lentamente quelle lancette quando siamo in fila o in sala d’attesa. E non occorre essere Cenerentola per ammettere quanto presto arriva la mezzanotte quando ci se la spassa. Martedì ho incontrato Circe. Ci siamo dati appuntamento ad una riunione di lavoro. Ambiente sobrio, quasi tetro. Facce tristi e contrite, musi lunghi. Arrivo io, non la vedo subito. Con la mia abbronzatura recente (ferie solo a settembre) e negli occhi la felicità di un bambino alla vigilia di Natale, l’impatto è stato duro. Negli sguardi dei presenti credo di leggere un po’ di “ma guarda un po’ questo” mista ad un pizzico di invidia per il mio stato di malcelata eccitazione. Incomincio a salutare i rispettabili colleghi e intanto la mia attenzione vaga tra le file delle sedie di legno di questa sorta di aula di tribunale anteguerra. Alle pareti i ritratti di personaggi e santi rendono ancora più cupa l’atmosfera. La maggioranza di abiti neri provoca una distonia con la luce ed i colori, visibili dalle ampie finestre, che questa giornata autunnale ci regala. Non la vedo, incomincio a pensare che forse non verrà. Sento che se non succederà qualcosa presto mi trasformerò in una di queste mummie. La riunione non è ancora iniziata. In piedi sto parlando del più e del meno con una collega che non vedo da tempo. La testa va per conto suo… Ma cosa ci faccio qui… Era meglio prendersi una mezza giornata e godersi un po’ di sole… Poi, con la coda dell’occhio vedo una delle tre porte d’ingresso che si apre. Entra la mia musa. Forse maleducatamente, (non ricordo bene cosa le ho balbettato), pianto in asso la persona con la quale chiacchieravo. E come l’ago della bussola che trova il suo nord, mi lascio attirare da lei. E’ sempre bellissima, nei suoi pantaloni lunghi color avorio a vita bassa e camicetta nera poco scollata. Ci sediamo vicini, occupiamo da soli una fila quasi in fondo alla sala. I lavori iniziano. Per un po’ faccio lo sforzo immane di non guardarla, cercando di prestare un minimo di attenzione ai relatori. Poi capisco chela cosa mi risulterà impossibile. Lei mi parla, mi fa domande, mi chiede di uscire per prendere un caffé insieme. Poi sbuffa e quasi ad alta voce ripete ciò che prima pensavo io “Uffa ma cosa ci facciamo qui?”. Tra i bla bla di sottofondo, utilizziamo i folder che ci hanno consegnato all’ingresso per coprirci i volti quando parliamo. Lei mi passa una lista di canzoni che le piacerebbe avere masterizzate su CD. Mi canta i refrain delle più famose con la sua calda voce. Io intanto le scrivo frasi romanticamente oscene sull’agenda elettronica. Frasi stupidamente serie. Adesso ride. Abbagliato dal candore dei suoi denti come un animale sulla strada, rimango a guardarla. Poi, alla stregua di un automa, senza pensarci, con le dita della mano le sfioro il labbro superiore, carnoso e morbido. Gli umidi riflessi del lucidalabbra appena messo mi hanno catturato. Ancora una volta sono la falena che va a morire sulla fiamma. Attirato irreversibilmente. Le prende il mio dito medio, lo avvicina alla bocca e comincia a torturarlo con lingua e denti. Ammicca verso l’uscita. Guardo l’orologio, incredibile: in quella noiosa riunione, il mio tempo, che secondo la teoria iniziale avrebbe dovuto trascorrere lentissimamente, è invece volato per la sola presenza di una persona così significativa. Usciamo dall’edificio ed entriamo in un bar, come una coppia qualsiasi. Espresso per me, cappuccino per lei. Ci sediamo su un divanetto, posto in un angolo del piccolo cafè. Sembrava quasi più sciolta e disinvolta alla riunione. Si capisce, le piace fare le cose di nascosto. Parliamo, ora possiamo farlo anche con un tono di voce normale. Ora possiamo anche ridere e scherzare. Ma non lo facciamo. Adesso vengono fuori soprattutto le dolenti note. L’argomento è il poco tempo che ci resta per stare insieme sul lavoro. Già sta elaborando il lutto e rimango contagiato dal suo vago senso di tristezza. Mi chiede perché non possono trasferirmi e andare dove andrà lei. Me lo chiede con uno sguardo così intenso che potrei seguirla ovunque. Poi, ad un tratto, si rabbuia, distoglie gli occhi dai miei e le lacrime cominciano a rigare il suo volto. Si vergogna, non vuole farsi vedere così. Quasi in trance la stringo a me, prima che cominci a piangere anch’io. Circe è anche questo. E' la mia odissea…ness1
Mi sento strano e confuso. Vorrei parlare con qualcuno, dire qualcosa di assolutamente liberatorio, addirittura catartico, ma sinceramente non saprei con chi farlo. Trovare un interlocutore per ciò che ho bisogno di estrinsecare è fuori discussione. Forse l’unica scappatoia è farlo allo specchio, con me stesso. O ancora meglio, approfittare dell’opportunità che offre la vasta, insensibile quanto eterogenea platea del web, nel suo anonimato spersonalizzante, parlando di fronte a chi vorrà leggere queste righe e magari saprà comprendermi o giudicarmi. Qualcosa di profondamente sconvolgente mi è capitato, così, tra capo e collo e ha in qualche modo alterato quel ritmo sincopato e tranquillo che caratterizzava il procedere del mio cammino quotidiano. Personalmente sto vivendo più una situazione che un’avventura (CHE BRUTTA PAROLA) ma vorrei provare a mettere per iscritto le mie sensazioni e i miei sentimenti, per renderli meno sfuggenti, più comprensibili e nitidi. Soprattutto, come dicevo, a me stesso Così queste pagine sono da considerare sia un diario, (scritto con la paura ed il desiderio recondito che qualcuno lo possa leggere) e un po’ seduta di autoanalisi. Devo premettere che il mio è uno stato d'animo che confonde la mente, mette in subbuglio lo stomaco e crea sbalzi d'umore, (di quelli ormonali non mi preoccupo più di tanto). Quindi penso che dovrò correre il rischio di essere poco chiaro, molto confuso e affatto esauriente. Pazienza. Cominciamo dall'inizio: le cose che dovete sapere sono poche: per voi il mio nome è ness1 (NESSUNO), sono sposato senza figli. Conosco mia moglie da più di cinque. Con lei vado molto d’accordo: all’inizio il sesso tra di noi era una cosa pressoché quotidiana, ora per scelta comune non è frequentissimo (pigrizia?) ma comunque discretamente soddisfacente. Non litighiamo quasi mai, siamo sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda, condividiamo gli stessi gusti per la buona tavola, il cinema, le letture, lo sport e le belle cose della vita. Ciascuno di noi coltiva i propri interessi e troviamo il modo di avere ognuno il proprio spazio ed il proprio tempo, Senza sbilanciarmi posso affermare di avere un matrimonio felice: eppure…...............................................................................................................................
Eppure qualche tempo fa, al lavoro, in sostituzione di una mia collega, è arrivata lei. Alta, mora, capelli lunghi, ondulati, sciolti sulle spalle. Occhi azzurri, ipnotici (Cameron Diaz)? di una profondità vertiginosa. Labbra carnose e turgide (Angelina Jolie?) e quei seni di una volta, di una compostezza e solidità quasi irriverenti. Avete presente, signori uomini, la trasposizione in carne ed ossa della descrizione di una dea omerica? E’ piombata nella mia vita (lavorativa) con la forza di una valanga in una vallata di montagna. E mi ha travolto. Non ci siamo conosciuti nel senso biblico del termine: il nostro “rapporto” ha cominciato ad correre su una specie di filo di rasoio, insinuandosi e zigzagando tra i paletti di una sincera amicizia ed un’altrettanto assurda complicità emotiva ed intellettuale. Sin dai primi tempi ho avuto l’impressione che l’empatia che avevo con lei avesse qualcosa di sconcertante. All’inizio mi ha sorpreso più di una volta a guardarla ed io girandomi, arrossivo facendo finta di niente. (I SUOI OCCHI, STAREI DELLE ORE A GUARDARLI SENZA SENTIRE IL TRASCORRERE DEL TEMPO, SE NON FOSSE CHE LO SCANDISCONO LE PULSAZIONI CHE SENTO IN GOLA) Il suo guardo è così intenso che, appena lo punta nella mia direzione, scatena all’interno un vorticoso ciclone di carnali fantasie e sogni erotici ad occhi aperti. Una vera botta, poi, quando mi richiama alla realtà col suo sorriso tra il beffardo ed il comprensivo. Comincia a svolgere le sue mansioni con una passione ed una facilità quasi disarmante, con grande padronanza di gesti e situazioni. Uno spettacolo da vedere e apprezzare. Un passo successivo, e per me una specie d’illuminazione: cominciamo a parlare, anzi, lei comincia. E non parla del più e del meno. Dapprima mi coinvolge nella sua vita sentimentale (è in crisi col fidanzato), in seguito mi racconta con elegante spregiudicatezza delle sue avventure. Passano i giorni la nostra reciproca conoscenza si fa più profonda e forse si diverte a mettermi alla prova, sconcertandomi con particolari da luci rosse misti ad espressioni di candidezza virginea. Spazia dal sacro al profano con il candore di una selvaggia che non ha la minima cognizione della definizione dell’uno e dell’altro. Riesce ad annichilirmi con la sua torbida innocenza, il suo fascino mi avvinghia e come un serpente stritola tra le sue spire le mie ridicole barriere costruite con vecchie convenzioni e falsi pudori. Mi invischia in un morboso gioco del confessore, dove lei mi chiede dei consigli per le sue incertezze ed io in cambio mi nutro della sua tremenda bellezza. (MI GIRA
Sono vittima di Circe. Già la chiamo così e lei lo sa. La chiamo così non solo perché ha trasformato un uomo in una sorta di pseudo-porco, come le avevo detto per darle una spiegazione plausibile (anche se del vero c’è), ma soprattutto perché mi ha stregato, completamente. Come Ulisse mi sento un po’ il suo Nessuno in questa odissea nei sensi. Ne vale la pena, direte? Non lo so, Ma questa sera, ero solo in casa. Potevo uscire, anzi volevo uscire. Potevo andare in un locale dove probabilmente l’avrei trovata, la tentazione è stata forte. Ma non desidero vederla in compagnia di altri, fare magari la figura dell’ennesima sua preda (AH AH UN’ALTRA ZECCA,





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