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Il tempo volge al brutto. Mi pervade un vago senso di malinconia, tipica di questo periodo, quando le lunghe, radiose e solatie giornate d'estate, lasciano piano piano il posto a quelle brevi, fredde e piuttosto uggiose. Come quelli di un uccello migratore, i miei sensi stanno ricevendo il messaggio della fine della stagione. Il paragone è quasi scontato: la fine della stagione e la fine di una storia. Sono numerosi i punti in comune. Ci sono dei segnali, esterni che si possono recepire con i sensi. Più importanti, ma anche i più difficili, una volta recepiti, da tradurre e razionalizzare, sono quelli che ti ritrovi a livello di malessere interiore. Quelle piccole, quotidiane avvisaglie che prendono forme stranissime, come un fastidio somatizzato. Oppure quegli allarmi interni che scattano quando sei immerso in altri pensieri e che hanno le soffocanti parvenze si un'angoscia senza spiegazione. E la fine di un periodo o la fine di una storia. Il vecchio Sigmund ci ha spiegato che non c'è nessun senso di perdita che non si possa lenire con l'elaborazione del lutto, ma è più facile a dirsi. O sì, il corpo (e la mente) umano, è una macchina straordinaria e riuscirà ancora una volta a passarci sopra e alla fine non rimarrà altro che una piccola, invisibile cicatrice che non darà fastidio finché non la vai a stuzzicare... Ma non farlo, a meno che tu non sia pervaso da una sorta di masochismo. Certe situazioni hanno bisogno che molta acqua passi sotto i tuoi ponti, prima di non dare più pena. E certi dolori, sottili come punte di spilli, rimangono e possono lasciarti la bocca amara per una vita. Ora, mi rendo conto che probabilmente se una persona leggesse queste parole mi potrebbe considerare un individuo sull'orlo di una crisi depressiva di fine stagione. Oppure potrebbe, per quei misteriosi processi di contagio anatomo-informatici, rattristarsi e cadere in preda alla melanconia. Diciamo allora che sto parlando di un tipo come me, con i miei processi mentali, i miei sbalzi d'umore, la mia luna sempre più imprevedibile. Però a mia parziale redenzione devo dire che sono anche un tipo che crede profondamente che una fine vera e propria non esista, ma che ciò che ci sembra la fine sia solo un nuovo punto di partenza. Se potessi esprimere un desiderio sarebbe quello di vivere questo periodo nel modo più intenso, gustandomi ora per ora, minuto per minuto dei momenti che ci rimangono fino alla fine del tempo a nostra disposizione. Nell'anniversario della sua scomparsa, vorrei ricordare una donna che ha avuto nel corso della sua vita sia meschini e poco intelligenti detrattori che genuini ammiratori. Di lei amavano non solo l'indiscutibile bellezza, ma anche e soprattutto la sua raffinata intelligenza, la sua accattivante ironia. Una sua frase, quella che desidero ricordare, è semplice e profonda. E anche piccantemente stimolante. La userò per chiudere questo contorto e poco spiegabile post: "Vivi come se dovessi morire domani, pensa come se non dovessi morire mai" (Moana Pozzi)... ness1
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